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Un piatto tra Arezzo ghibellina
e
Firenze guelfa: "La saporita di Bonconte"
Il
Casentino, terra di passioni forti ed allo stesso tempo
di straordinaria spiritualità, mostra di sé,
dal corso dei secoli questa duplice attuale faccia.
È come se il tempo si fosse fermato e, ancora oggi,
a saperla "ascoltare" si avvertono emozioni,rumori
e sapori antichi.
"La saporita di Bonconte" è la versione
attualizzata (il pomodoro è di là da venire,
visto che stiamo riferendoci al 1289 , anno di Campaldino),
di un piatto collettivo, realizzato cioè con il
contributo di ognuno, a seconda della disponibilità
di carni individualmente posseduta.
La sequenza dell'inserimento dei vari tagli e delle qualità
(nessuna specie è praticamente esclusa), scottate
dal fuoco che ha reso incandescente il paiolo, unite alla
miscela di erbe ed aromi, danno alla fine della lunga,
lunghissima cottura una sorta di liquido denso e sapido
in cui fanno mostra di sé i pezzi artatamente messi
di misura più grande. Un leggero, sfumato sapore
di aglio, impreziosisce ancora di più il letto
di pane casalingo (talvolta anch'esso "scottato"
), su cui si deposita il sugo e la parte più vistosa
e consistente delle carni. Un piatto, come si può
intuire, "militare" , energetico che nell'esercito
ghibellino, fatto di uomini dediti, culturalmente ed attivamente
ad una vita basata su una gerarchia agricola, non sarà
certamente mancato.
È un piatto che anche se battuto nella piana di
Campaldino, è ritrovabile, seppure con sfumature
e sapori diversi, in altri luoghi della Toscana tutta.
Un esempio? Lo "stracotto" appunto, dei cuocitor
di cocci imprunetino
ma questa è un'altra parte della storia
lontana
dalla Buca di San Francesco
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